domenica 29 gennaio 2012

Marzo 2004

domenica, marzo 28, 2004

(L’ho scritto diverse settimane fa. Ma, oggi, è arrivato il momento di metterlo qui.)
Certe volte non riesco a fermare i miei pensieri. Cominiciano da un dubbio, da un mio errore, da qualche gesto o parola che mi è sfuggito e di cui non mi so spiegare il motivo, poi proseguono alla ricerca del perchè del mio gesto, di una spiegazione subliminale a cose non controllate che, proprio perchè senza controllo, devono essere per forza più vere.
Per arrivare alla spiegazione spacco il capello in quattro dei miei sentimenti e mi vengono in mente le prospettive più impossibili: rileggo tutte le parole e i gesti caricandoli di significati, soprattutto opportunistici. Niente che sia stato fatto per me, ad esempio, alla fine di un trattamento del genere potrà mai essere creduto come un gesto gratuito, una parola detta solo per affetto.
Quando arrivo a queste conclusioni però provo pietà per me stessa: per la durezza con cui mi giudico e per la pochezza con cui mi valuto. E penso che brutta dev'essere stata quella vita che mi ha privato delle sicurezze più banali, della gratuità dell'affetto.
Poi penso che non è onesto e non è giusto compatirmi, perchè sono una persona fortunata con un solo difetto: spaccare il capello in quattro. Che so bene non essere il mio solo difetto, come so bene che non sarà il mio cattivo carattere - chè ho un carattere giocoso, e attento a chi mi sta vicino - ma la pesantezza delle mie riflessioni a lasciarmi sola, e vorrei non pensarci più. E ciò pensando continuo a pensare.
Alla fine sono molto stanca e sento che sarà tutto questo, alla fine, a lasciarmi davvero sola (magari anche se stimata ed amata): perchè questo è il baco dei miei pensieri e la firma del mio destino.

Anche oggi mi è capitato così, e i pensieri hanno incominciato a girare. Ho però scoperto, inaspettatamente, che la vecchiaia e le cattive esperienze mi hanno fatto scattare un meccanismo di sopravvivenza che non conoscevo: ho smesso di ricordarmi a cosa stavo pensando. Sentivo la testa appesantirsi come quando arrivo alla fase in cui i miei ragionamenti mi pesano, ma non ne sapevo il perchè. E nemmeno lo ricercavo. Con il risultato che, a parte un vago senso di tristezza, non sono stata avvolta dall'angoscia, da quella sensazione che mi sfugga via tutto. Ora sento solo un indistinto peso allo stomaco.

da lolitapassita | alle 23:33 (se vuoi, lo ritrovi qui) | commenti (2)
domenica, marzo 14, 2004

Era un sacco che il mio iperamico non si faceva sentire. E' tornato a lavorare. Sono contenta per lui (e anche per noi, prima o poi).
Da quando lui ha a che fare con la mia vita ha il dono di fare domande e considerazioni di una semplicità sconvolgente. La sua frase storica di oggi è arrivata dopo la mia intorcinata spiegazione sul fatto che erano giorni che avevo voglia di sentirlo, ma che non avevo nessun motivo nè per telefonargli nè per scrivergli e perciò mi baloccavo per cercare un idea, un motivo per chiamarlo e avevo pensato questo e quello e non mi veniva niente di intelligente. Così mi ha risposto:
«Ma scusa, se hai voglia di telefonare ad uno, mica devi cercare un motivo per telefonargli: gli telefoni e basta. Stare a passare del tempo per trovare una motivazione per chiamare può essere tollerabile se devi chiamare qualcuno che non hai voglia di sentire, ma se uno ti va di sentirlo, che problema c'é?»
Lapalissiano, direi. Anche se credo di non averlo mai fatto nella mia vita. Lui è davvero il re delle considerazioni semplici, così semplici che nessuno osa dirle.
Anche se, a pensarci bene, non so mica se questa spiegazione può valere anche per lui.
mercoledì, marzo 10, 2004

L'ANELLO - 3(Anello 2 - Anello 1 )Non è stato un caso, il regalo dell'anello. L'ho scoperto quando mio figlio mi ha preso in contropiede, in quelle chiacchiere prima di andare a dormire, per cercare di capire qualcosa di quel dito che era rimasto nudo.
Mi ha fatto una di quelle interviste che a volte - rarissimamente - mi fa, prendendo la cosa molto alla larga. Mi ha chiesto, per prima cosa, dove si mette un anello.

Io gli ho spiegato che ci sono posizioni comandate, rituali: "l'anulare" è per definizione il dito dell'anello, l'anulare sinistro è quello che dice che sei legato a qualcuno, se hai una vera d'oro sei impegnato nel matrimonio.
«Perchè non hai più quello del matrimonio con papà?»: mi spiazza con questa lodevole domanda, che ignora qualunque luogo comune, qualunque cosa che può già avere immaginato. Mi costringe a rispondergli, mi costringe a dirgli quello che lui teme. E' giusto: la responsabilità è mia, sta a me darne una giustificazione. Tocca a me prendere il coraggio di dirgli quello che sospetta e non vorrebbe che fosse.
«Perchè da quando è andato via non sento più il legame». Già. Mi sembra semplice. Non c'è nient'altro da dire.

«E adesso?» Mi dice guardando il suo anello di plastica al mio dito, da cui non mi separo più.
«E adesso sono impegnatissima» Gli dico. Poi, dopo una sospensione, proseguo: «Sono impegnatissima. Con te».
Ci abbracciamo, felici di sentirci uniti almeno noi. Ma sento in bocca l'amaro di una piccola ipocrisia, un'omissione che lui probabilmente sente. L'amaro della mezza verità, che non è una bugia, ma non dice tutto di quello che ho nel cuore. Ma è già troppo dura capire - anche se è sempre meglio di sospettare - che tra tuo padre e tua madre non c'è modo di tornare indietro. Altro, per ora, non ci può stare in quel piccolo cuore.

«Papà ha cambiato casa perchè c'erano troppi litigi tra voi, no?» Prosegue. Un po' mi stupisco. Io non ho litigato praticamente mai con mio marito, chissà che idea ha dei litigi. «E adesso? Adesso va meglio...» azzarda.
Cerco nella mente le parole migliori, quelle più chiare ma meno violente per spiegare una cosa dura, e gli dico: «Va che abbiamo capito che per noi è meglio vivere in due case diverse, per andare meglio...». Ho solo una frazione di secondo per illudermi di essermela cavata.
«Per voi». Mi risponde infatti, senza dire altro.

Certe volte la pazienza è solo senso della realtà, saper non chiedere cose che non si possono ottenere.
 Non è certo questa consapevolezza, però, a renderla meno faticosa.

sabato, marzo 06, 2004

STURM UND DRANG
Come sapevi che il mio libriccino del cuore al ginnasio era “I dolori del giovane Werther”?
(E io mai, mai, mi immedesimai in Lotte... io sono Werther, io sono Don Josè, capace di morire per una sigaraia...)

Non ci credono che io sia donna capace di mediare, perchè non mi ritengono donna moderata. Mi hanno chiamato Sturm und drang.
Ma capire che tra alcune persone c'è un problema e trovare, dall'esterno, una soluzione non ha alcun bisogno della virtù della moderazione.
Basta essere persone di cuore, capaci di mettersi nei panni degli altri.

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